Titolo: Typee: Avventura in Polinesia
Titolo originale: Typee. A peep at Polynesian life.
Autore: Herman Melville.
Anno: 1846 (La data si riferisce alla prima edizione originale. Io naturalmente ho una riedizione recente del 2011)
Editore: Piano B edizioni (il libro che ho io, di cui mi piaceva particolarmente la copertina, ma ce ne sono tante edizioni, essendo questo un classico)

Ma come ho potuto leggere questo libro solo ora?? Cioè, quando sono nata questo libro esisteva da più di un secolo e io ho buttato via 37 anni della mia vita prima di leggerlo?? Perché nessuno mi ha detto nulla?? Perché di Melville ci fanno leggere solo Moby-Dick?? Questo libro ha fatto felice la viaggiatrice che è in me, l’avventuriera che è in me (e che in realtà non sarebbe mai stata avventurosa come questo romanzo) e l’antropologa mancata* che è in me. (Cielo, che folla ho dentro di me!)(Per delucidazioni sul commento riguardo all’antropologa mancata, fate riferimento alla nota a piè di post)
Questo romanzo è in realtà il resoconto dell’esperienza dell’autore alle Isole Marchesi intorno al 1840, benché piuttosto romanzato e basato su ricordi non sempre precisissimi ma “risistemati” al rientro a casa. Diciamo che questo testo è un po’ romanzo, un po’ diario di viaggio, un po’ reportage, un po’ trattato di antropologia. Diciamo anche che è stupendo: essere stato uno dei primi al mondo a vivere insieme ad una popolazione prima praticamente sconosciuta e ancora sostanzialmente primitiva – ed essere rimasto uno dei pochi nella storia ad averlo fatto – ci permette uno sguardo super privilegiato e inusualmente ravvicinato su una realtà molto affascinante che ci sarebbe rimasta altrimenti del tutto sconosciuta.
Andare a scoprire il mondo nell’800 era una vera avventura, prima che l’uomo bianco colonizzasse e appiattisse un po’ tutte le popolazioni e i Paesi del mondo, rovinando metà del divertimento. E, a proposito dell’uomo bianco, in questo libro ci sono molte lucidissime e – per i tempi – modernissime riflessioni dell’autore su come l’uomo bianco, quello che dovrebbe essere il più “civile”, se ne vada per il mondo a combinare disastri e maltrattare altri popoli, per poi chiamarli “selvaggi” quando questi giustamente reagiscono. L’ipocrisia dell’uomo bianco è rimasta invariata nei secoli, purtroppo. Altre riflessioni interessantissime e sempreverdi riguardano i paragoni tra una vita considerata “bassa”, primitiva, ma infinitamente più felice, libera e sana, contro la vita moderna (ok lui si riferisce all’800, ma tutto ciò è translabilissimo anche ad oggi) che dovrebbe essere migliorata, ma che porta anche tanta infelicità e ci rende tutti in realtà meno sani. Insomma, come tutti i classici è un testo ancora estremamente attuale e una continua fonte di riflessioni. Voglio dire, sembrerà banale, ma leggere di un popolo che non possiede sostanzialmente nulla, tranne quello che la natura ha da offrire, e che è sempre felice, non conosce malattie né odio, fa riflettere seriamente sul perché noi abbiamo vite piene di comfort e di roba di qualsiasi tipo, ma l’odio e l’insoddisfazione permeano tutte le nostre vite. Non ci manca niente… a parte la felicità vera naturalmente. Può sembrare una riflessione scontata, eppure… (Io credo che dovrebbe essere obbligatorio leggere questo libro almeno una volta all’anno)
Che poi detto così potrebbe sembrare un tomone noioso e pieno di retorica, ma in realtà è il contrario, soprattutto perché Melville ha un senso dell’umorismo sottile e pungente, da cui nessuno si salva: ho riso molto a certe descrizioni dei suoi contemporanei, dei francesi che stavano iniziando a colonizzare quelle baie, della religione in generale, di certe usanze dei selvaggi… Tutto questo, abbinato ad un romanzo di per sé molto interessante, rende la lettura incredibilmente piacevole. Mi è spiaciuto finirlo, come succede sempre con i libri che amiamo.
Infine, leggere di una vita passata a contatto con la natura, intrecciando fiori, nuotando in laghi limpidissimi e cibandosi di noci di cocco sempre a portata di mano, fa venire voglia di mollare tutto e andare ad aprire un chiosco sulla spiaggia ai Caraibi. (Sarà anche che il calendario ci dice che è primavera, ma qui nella città libera e anseatica è ovviamente ancora inverno) Mentre leggevo, presa dalla curiosità di avere un accompagnamento visivo alle descrizioni che gli occhi meravigliati di Melville fanno di quei posti incredibili, sono andata a cercare su Google Immagini delle foto delle Isole Marchesi e in particolare di Nuku-Hiva e… wow. Curiosamente, però, in rete non si trova moltissimo (soprattutto a livello di immagini), sulla storia e sulle tradizioni antiche di queste isole. Per quanto riguarda invece le possibilità odierne di viaggiarci (inutile dire, infatti, che ci vorrei andare immediatamente a scoprire con i miei occhi quell’eden terrestre), ce ne sono diverse, anche se le Marchesi non sembrano essere particolarmente turistiche, o comunque meno turistiche rispetto ad altre zone della Polinesia, come Bora Bora, Papeete e Thaiti (questo almeno è quello che mi è sembrato da una prima, veloce e superficiale ricerca)(e questo mi fa anche sperare che, rispetto ad altri luoghi, non siano state troppo deturpate dal turismo e dalla vita moderna). Quindi non sono certissima siano una buona meta per un viaggio con bambini piccoli… Però non so, devo informarmi meglio, anzi se qualcuno ha qualsiasi tipo di informazione, sarei curiosissima di leggerle qui nei commenti!
Consigliatissimo! Lo trovate qui in versione cartacea e qui in versione Kindle.

* So di averlo già scritto, ma il mio sogno (non molto) segreto sarebbe stato studiare antropologia. Quando ero piccola, molto piccola – andavo alle elementari – entrai con mia mamma in un negozio che faceva composizioni floreali. Mentre mia mamma parlava con la commessa, che io trovai carinissima, con quell’ammirazione che a volte le bambine piccole hanno per le ragazze più grandi e che fa loro pensare “da grande voglio essere come lei”, questa disse di studiare antropologia. Uh! che nome esotico, pensai (LOL). Uscita, chiesi a mia mamma cosa volesse dire antropologia e la risposta mi affascinò talmente tanto che, se mia mamma probabilmente non ha nessuno ricordo dell’episodio appena raccontato, per me costituisce invece uno dei ricordi più pregnanti della mia infanzia. Inutile dire che non ho mai studiato antropologia. Non ci ho nemmeno fatto un pensiero, a dirla tutta, quando è venuto il momento di scegliere l’università. Il fatto è che nel frattempo la vita mi aveva insegnato che, non essendo io la figlia di Rockefeller, avrei dovuto studiare qualcosa di “sensato” per trovare un lavoro. Sapevo che il commento di chiunque sarebbe stato “antropologia? Ah, quindi vuoi fare la spazzina per tutta la vita?”. Aver studiato Interpretariato e Comunicazione in realtà mi è piaciuto ed effettivamente mi ha aiutato a trovare più di un lavoro. Temo, però, che resterò per sempre col dubbio che se fossi diventata antropologa sarei stata più felice…

2 Comments
Pieni di se e ma nella vita soprattutto passata l’età che per molti è spensierata! Nel crescere (ed invecchiare) si ragiona di più su di noi e la nostra vita anche grazie alle letture che facciamo.
Ecco perché adoro leggere e davvero chi non ama farlo si perde un mondo!
Dopo questa filippica bel post e buon week end!
Post meraviglioso, ben scritto (come al solito e niente affatto scontato al giorno d’oggi, purtoppo) che far venire voglia di prendere un giorno di ferie, correre in libreria, staccare il telefono (anzi spegnere il cellulare, si vede che non sono piu’ giovane…) e leggere, leggere ed ancora leggere fino alla fine.
Buon fine settimana!
P.S. Comunque la primavera oggi ha fatto capolino